“La collina dei conigli”, di Richard Adams

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Il timido Quintilio è un profeta e sa che una terribile minaccia sta per abbattersi sulla sua gente. Ma quando tenta di mettere in guardia il suo popolo, non viene creduto. In compagnia di un gruppo di fidi compagni, intraprende allora un viaggio alla conquista della libertà e di una nuova possibilità di vita. E se questo è lo scopo, che importa che Quintilio e i suoi amici siano conigli? Un romanzo epico con cui la letteratura contemporanea ricrea la sua “Iliade” e la sua “Odissea”. 


Raccogli le tue forze e rialzati, fai tesoro di ogni briciola di grinta che ti resta e usala per “andare”. Non fermarti a metà strada. Non c’è tempo da perdere. Non c’è un secondo da sprecare. Solo chi trova il coraggio di seguire le proprie emozioni, per quanto folle sembri, potrà sentirsi libero! (Anton Vanligt, Mai Troppo Folle)

Moscardo si fida ciecamente del piccolo Quintillio e dei suoi presentimenti. Sfuggendo al controllo dell’Ausla, avverte quindi i suoi compagni del pericolo che incombe su di loro. Raccolto un piccolo gruppo di amici, Moscardo guida se stesso e gli altri fuggitivi in un viaggio, a dir poco epico, alla ricerca di un futuro migliore e, soprattutto, della libertà di cui non hanno mai goduto. Vagabondando attraverso le colline del Berkshire, Moscardo e i suoi amici superano con successo e con ingegno gli ostacoli posti sul loro cammino.

Una cosa può essere la verità e, insieme, essere una follia senza speranza è il pensiero che rimbalza continuamente tra le pagine del libro. Quelle stesse pagine in cui ritroviamo non solo un popolo di conigli in fuga, ma un gruppo di lagomorfi che presentano caratteristiche simili a quelle degli esseri umani. L’istinto è solo accennato. Si parla di intelligenza, arguzia, furbizia, ingegno. Un romanzo che in realtà è una grande metafora della nostra vita, della nostra personale ricerca della libertà, che può essere raggiunta solo attraverso il rispetto di altri grandi valori come l’umiltà e l’altruismo. Un romanzo che invita noi esseri umani, i lettori, i destinatari di questo racconto, a riflettere sulle nostre azioni, sul nostro egoismo che ci spinge a pensare di avere diritto di fare ogni cosa senza tenere conto di quanto le nostre scelte sbagliate possano influire su altri e, un giorno, rivoltarsi anche contro di noi.

“Quanto male c’è al mondo.”  “È dagli uomini che viene. Tutti gli altri elil fanno quello che devono fare. Vivono su questa terra e hanno bisogno di nutrirsi. Gli uomini invece non sono contenti finché non hanno rovinato la terra e distrutto gli animali.”

Chiara Minutillo

Autore: Richard Adams
Titolo: La Collina dei Conigli
Titolo originale: Watership Down
Traduttore: Pier Francesco Paolini
Anno di pubblicazione: 1972
Editore: Rizzoli
Genere: Romanzo Fantasy

“Il sole scuro”, di Irene Barbagallo

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È possibile crescere attraverso il dolore? Ci si può riappacificare con se stessi dopo essersi fatti carico di una tragedia che ha sconvolto la propria famiglia? Giada non lo sa, ma è ciò che le chiede la sua parte più profonda senza che lei, una ragazza che sta per diventare maggiorenne, nemmeno se ne renda conto. “Il sole scuro” racconta la sua storia, la storia di un’adolescente che si trova a fare i conti con un passato doloroso che ha cambiato lei e sua madre, i loro rapporti, la quotidianità. Fino a quando alcuni eventi inaspettati la accompagneranno verso una nuova visione della vita. Un romanzo sull’imprevedibilità dell’esistenza umana, a volte tiranna, più spesso portatrice di opportunità da cogliere. E, soprattutto, una storia sul valore del perdono, anche verso se stessi, sui sentimenti autentici e sulla speranza.


Da quelle leggere aperture, appena accennate perché il sangue non fuoriuscisse in quantità abbondante, sentiva sgorgare anche la rabbia verso se stessa. A piccoli fiotti la vedeva incanalarsi verso il foro di uscita della doccia. Andare via, allontanarsi, fluire libera, annullarsi, scomparire. Almeno per un poco.

Un sole scuro si allarga negli occhi di Giada. Si estende fin nella profondo delle sue viscere. Sradica brandelli di anima e infligge ferite sanguinanti. Una colpa che Giada non ha, ma che brucia dentro come un fuoco devastatore e si riflette sul suo corpo martoriato.

Graffi, tagli, scottature, unghie penetrano la carne e provocano un tormento vivo, tangibile, per un attimo molto più tagliente della sofferenza emotiva che la soffoca. Un dolore che la aiuta a restare a galla, a non sprofondare nell’oblio, in un abisso senza via d’uscita.

Sino alla svolta, una promessa fatta per amore, la consapevolezza di potersi rifugiare nelle vite altrui per sfuggire alla propria. La certezza che, indipendentemente dai ma e dai se, per ognuno di noi c’è speranza.

“Il sole scuro”, un romanzo di Irene Barbagallo, è un concentrato di dolcezza e amarezza, di forza e fragilità. È una pugnalata, una ferita bruciante e un passaggio delicato tra le corde dell’anima, che lascia impronte da seguire a piccoli passi, delicatamente, per assaporare una storia che commuove e una scrittura che arriva dritta al cuore.

Attraversa meandri oscuri della mente, spesso sorvolati, non considerati degni di essere presi in considerazione. Si muove impetuosamente, come le onde del mare, per poi tornare indietro e ripartire all’attacco, dispiegando un argomento, la prova di un malessere, che il più delle volte pare invisibile.

Trasporta in un mondo di cui poco si parla, rendendo consapevoli della sua esistenza e della via d’uscita che c’è, esiste, anche quando sembra difficile trovarla.

Un libro che fa riflettere, che scorre veloce, ma non se ne va. Rimane attaccato, si fonde con i pensieri e le emozioni e dona pianto e a tratti rabbia, sconcerto e poi tenerezza, forza e speranza. Perché, prima o poi, la tempesta si placa e la luce torna a splendere. Per tutti.

Lei guarda quel sole di fuoco gentile incollato alla parete, il grande punto al centro con tanti raggi a virgola, che spicca con la sua lucentezza, e spera che suo padre le abbia mandato qualcuno per restituirgli il suo vero colore, la sua luminosità. Per restituirli anche a lei, che da allora li ha dimenticati. Per esaudire il suo desiderio. Lo splendore del sole che albeggia, nuovo, a sconfiggere l’oscurità.

Chiara Minutillo

Autore: Irene Barbagallo

Titolo: Il Sole Scuro

Anno di Pubblicazione: 2015

Editore: 0111 Edizioni

“Il Nome della Rosa”, di Umberto Eco.

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Due giorni or sono ho terminato la lettura di un libro scelto, con non poca ostinazione, in mezzo a tanti altri: “Il nome della rosa”. Dal momento in cui ho voltato l’ultima pagina a ora, ho pensato molto a cosa scrivere su questo celebre romanzo di Umberto Eco, da cui tra l’altro è stato tratto anche un film per la regia di Jean-Jacques Annaud, e, soprattutto, a come scriverlo.

Sapevo sin dall’inizio che se ne avessi portato a termine la lettura, non sarei stata in grado di scriverne una recensione così come io sono solita fare, obiettiva, ma dalla quale sia possibile desumere il mio pensiero e lo stato d’animo che mi ha accompagnato durante la lettura del libro in questione e, spesso, è rimasto a farmi compagnia anche in seguito: sarebbe stato molto al di fuori della mia portata e delle mie capacità. Quindi, ho optato per qualcosa di più semplice e diretto, che mi permettesse di esprimere, senza timore, la mia opinione.

Era il 2004, anno per me corrispondente all’inizio delle scuole superiori, quando, poco prima delle vacanze di Natale, l’insegnante di italiano consegnò una lista di libri da leggere durante i giorni di festa che sarebbero giunti di lì a poco. Tra essi spiccava “Il nome della rosa”, titolo che mi attrasse immediatamente. Ma, ahimè, riuscii a trovare leggibile solo l’intestazione, appunto. Preferii di gran lunga buttarmi a capofitto nella lettura di “Breve storia della biologia” e “Breve storia della chimica” di Isaac Asimov, pur non essendo queste le mie materie preferite.
Non posso però negare che il pensiero di quel libro all’apparenza così attraente e da me preso e in prestito e restituito dopo la lettura di sole 50 pagine, o forse meno, mi perseguitasse, in un certo senso. Ho provato, svariate volte, a leggerlo, ma il risultato era sempre lo stesso.
Almeno fino a quest’anno. Da me scelto come lettura per inaugurare il nuovo anno, “Il nome della rosa” è finalmente riuscito a toccare le corde giuste.

Finalmente dopo 11 anni ho capito, forse, ciò che per più di tre decenni ha attirato migliaia di lettori. “Il nome della rosa” è un romanzo sublime, di una profondità quasi irraggiungibile, capace di attanagliare il lettore, tra una discussione filosofica e una teologica, e farlo smarrire nella trama di un giallo che altro non è che un pretesto per sondare argomenti ben più fondamentali.
Assieme ai protagonisti ci si perde non solo nel labirinto di libri, ma anche in quello delle idee, delle dottrine, delle filosofie, per poi ritrovarsi alla fine, forse tali e quali a prima o forse no.
I libri indagano anche dentro di noi, i libri insegnano, a volte fanno semplicemente riflettere, altre volte vacillare. Secondo alcuni possono anche far crollare. Possono mentire, ma non possono nascondere. Né ciò che essi sono, né ciò che noi stessi siamo.

“Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri seni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto”.

Chiara Minutillo

Pubblicata su:

https://letteraturalfemminile.wordpress.com/2016/01/24/il-nome-della-rosa-di-umberto-eco-recensione-di-chiara-minutillo/

“La Ballata di Adam Henry” di Ian McEwan.

La ballata di Adam Henry

“Divino distacco, diabolica perspicacia” . Questa è la sentenza che alberga, tra i corridoi del tribunale, sulla testa di Fiona Maye, giudice dell’Arta Corte. Forte, sagace, preparata, abituata da una vita a risolvere cause famigliari intentate da persone che un tempo dicevano di amarsi. Arrivata alla soglia dei sessant’anni, tocca ora a lei affrontare una crisi coniugale. Ma, di certo, il suo lavoro non le lascia molto tempo per crogiolarsi nel dolore. Un nuovo caso è in agguato: questa volta si tratta di un’emergenza. Adam Henry, 17 anni e 9 mesi, è ricoverato per leucemia e la richiesta dell’ospedale è semplice: togliere la patria potestà ai genitori, nominare un tutore e obbligare il ragazzo ad una trasfusione che lui e la famiglia rifiutano in quanto Testimoni di Geova. La domanda fondamentale è: i tre mesi che separano Adam dalla maggiore età, sono davvero così fondamentali? In un momento di instabilità emotiva, di fronte al giudice si staglia una decisione importante, una presa di posizione, una responsabilità che non solo mette in gioco la vita, e la morte, del ragazzo, ma anche la coscienza sua e dello stesso Adam.


Responsabilità. Una parola che aleggia attorno a ciascuno di noi ogni giorno. Una condizione che fa parte della vita quotidiana, anche quando non viene citata. Ogni parola, ogni azione, ogni scelta comporta una responsabilità.

Più volte di quante possiamo rendercene conto, siamo responsabili anche degli altri, oltre che di noi stessi. Anche di perfetti sconosciuti. Spesso ne siamo inconsapevoli. Altrettanto spesso la consideriamo responsabilità verso se stessi, senza pensare al fatto che, indirettamente, coinvolge anche altri. Le cose cambiano, si aprono gli occhi, quando la responsabilità verso un estraneo ci viene imposta.

La legge è chiara, in Inghilterra, paese in cui si svolge la storia narrata da Ian McEwan, in Italia e in molte altre nazioni: fino alla maggiore età, un ragazzo non può decidere per sé. La responsabilità della sua vita o della sua morte cade sui genitori e, qualora costoro non sembrino ragionevoli, sul giudice di turno durante quell’emergenza.

Nel romanzo non così fantasioso dell’autore inglese, “La ballata di Adam Henry”, basato su due storie vere, la responsabilità approda tra le mani della giudice Fiona Maye. Una responsabilità preziosa quanto la vita di quel ragazzo che giace pallido in un letto d’ospedale, grande quanto la fede e, al tempo stesso, la voglia di vivere di Adam, profonda quanto la coscienza di entrambi.

È un racconto che può fare a tratti sorridere, a tratti piangere e arrabbiare. Un romanzo che si muove delicatamente nei meandri di un argomento altrettanto delicato, tra il rispetto e il rimorso di decisioni prese senza poterle revocare, di coscienze smosse e, a volte, lacerate. Un libro che indubbiamente ha fatto e fa parlare di sé, della storia che racchiude in sé, dove la religione assume, agli occhi di uno spettatore esterno, ogni forma, positiva e negativa. Un libro che fa riflettere sulla vita e la fede, sulla coscienza e sulla legge.

Un romanzo che ci dona un nuovo significato della parola responsabilità, una consapevolezza di quanto le nostre scelte si riversino, in maniera a volte incontrollata e inarrestabile, nelle vite di altri, legandoli a noi, con un doppio filo difficile da spezzare.

Fiona conosceva bene la melodia dolce e triste di quel canto tradizionale irlandese. Adam grattava un po’ sulle corde, gli mancava il vibrato, naturalmente, ma il timbro delle note era buono, nonostante ne avesse sbagliate un paio. Il motivo malinconico e il modo in cui lo eseguiva, con slancio inesperto, esprimevano l’esatta idea che Fiona cominciava a farsi del ragazzo. Sentire Adam suonare la commosse, e la turbò nel profondo. Chi prende in mano un violino, o qualunque altro strumento musicale, compie un gesto di speranza che comporta il desiderio di un futuro.

Autore: Ian McEwan
Titolo: La Ballata di Adam Henry
Titolo originale: The Children Act
Traduttore: Susanna Basso
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Einaudi
Genere: Romanzo

“Le Ali della Vita” di Vanessa Diffenbaugh.

Le Ali Della Vita

È notte fonda quando Letty decide di scappare di casa per trovare i suoi genitori. Abbandonati nei loro letti ci sono i suoi figli, Alex e Luna, lasciati a prendersi cura di se stessi. Letty sente di non avere la stoffa per fare la mamma, ma la scelta dei suoi genitori di rientrare nel paese natio non le lascia scampo: che lo voglia o no, Letty è madre e dovrà imparare a comportarsi come tale. Al suo rientro dal Messico, la situazione è disastrosa. Tra paure e incertezze, felicità e dolore, rabbia e perdono, Letty capirà di non essere sola e, grazie al figlio Alex, comprenderà che non è mai troppo tardi per guarire dalle ferite, spiegare le ali e spiccare il volo.


Ognuno di noi ha un paio di ali, per librarsi nell’aria e volare lontano. Ali che possono essere una benedizione, l’unico modo per fuggire ad una vita dolorosa. Ali che possono trasformarsi in maledizione, quando scappare diventa una fuga dalle responsabilità.

Dopo il grande successo, registrato qualche anno fa, con il romanzo “Il linguaggio segreto dei fiori“, Vanessa Diffenbaugh torna con un nuovo libro, la storia di una vita piegata, ma mai spezzata dalle circostanze e dalle azioni sbagliate. Una storia terribilmente moderna, che si snoda tra mille sentieri fatti di parole, indecisioni, bugie e delusioni.

Le ali della vita” è formato da 330 pagine cariche di drammaticità e impregnate di speranza. Pagine in cui scovare grandi temi di attualità trattati con semplicità e scorrevolezza: bullismo, immigrazione, maternità. Proprio quest’ultima è uno dei fili che guidano il lettore tra errori e inganni, amore e desiderio di dimostrare, prima di tutto a se stessi, il proprio valore. Letty e Alex crescono, davanti ai nostri occhi, assieme, parola dopo parola e riga dopo riga. Crescono e maturano, tenendosi per mano, madre e figlio, ognuno con le sue ferite e le sue cicatrici che li rendono più simili di quanto possano immaginare.

Un romanzo che non può lasciare indifferenti, mentre, come variopinti uccelli in volo, ci trascina via, lontano dai guai, dalle paure, dalle frustrazioni, verso un cielo dipinto di azzurro, dove trovare la libertà. Perché la vita c’è, esiste e pretende di essere vissuta, anche in mezzo alle ferite. Anche quando pensiamo che le nostre ali non siano più in grado di sollevarci.

Dopo cena tutti e tre si sedevano in fila sul divano a guardare la televisione, parlandosi sottovoce, con cautela, e ponendo domande invece di avanzare richieste. Avevano paura di stare insieme, ma anche di stare separati. Persino con una stanza libera a disposizione, dormivano tutti e tre nella stessa: Alex in un letto singolo sotto la finestra e Luna nel letto matrimoniale contro la parete opposta, con la guancia sudata incollata a quella della madre e le braccia strette intorno al suo collo.

Chiara Minutillo

Autore: Vanessa Diffenbaugh
Titolo: Le ali della vita
Titolo originale: We never asked for wings
Traduttore: Alba Mantovani
Anno di pubblicazione: 2015
Editore: Garzanti Libri
Genere: Romanzo

Kira e la Nonna

Kira il cocker nero

Oggi ho visto la mia umana piangere. Non è la prima volta. Quando sono arrivata in casa sua piangeva spesso, anche mentre eravamo al parco, ma il più delle volte di sera, quando eravamo in camera. È stato così che ho ottenuto il permesso di dormire nel letto. Mi mettevo davanti a lei a fissarla finchè si sentiva osservata e allora allungava una mano a accarezzarmi e io la leccavo. Sapeva di salato. Allora lei mi prendeva in braccio, mi metteva ai piedi del letto e tornava a piangere. Quindi, io mi avvicinavo, mi raggomitolavo accanto a lei e le leccavo le guance.

Finita la fase del pianto acuto, quando io ero un po’ più grandina, l’ho sorpresa altre volte a piangere, ma di solito era mentre guardava la televisione o leggeva un libro. Stamattina invece non faceva né una né l’altra cosa. Piangeva e basta, seduta sul letto. Allora le sono andata vicina, ho iniziato a piagnucolare e emettere brevi sbuffi. Lei ha tirato su con il naso, mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha detto “ciao Kira”. A quel punto le ho appoggiato le zampe e il muso sulle gambe e ho cominciato a scodinzolare. Poi mi è venuta un’idea geniale. Sono scattata davanti alla porta della sua camera e abbaiando mi sono voltata verso di lei. Non aveva voglia di seguirmi, ma l’ha fatto. Arrivate in salotto, sono corsa a prendere la mia pallina preferita, tutta gialla, che, appena viene schiacciata, suona. L’ho presa in bocca, l’ho schiacciata un po’ per farla suonare e ho cominciato a ringhiare e a correre attorno al tavolo con la pallina in bocca. Poi passavo davanti a Chiara per coinvolgerla nel gioco a inizialmente lei non voleva. Poi ha ceduto. Mi ha preso totalmente alla sprovvista, mi sono fatta rubare la palla come una dilettante. Me l’ha lanciata, io sono corsa a prenderla e poi mi sono seduta sul tappeto a sgranocchiare la mia pallina. Allora Chiara si è avvicinata e me l’ha portata via di nuovo, tra i miei ringhi e le mie scodinzolate. Il gioco è proseguito per parecchio e finalmente la mia umana ha smesso di piangere.

Per fortuna ho Chiara. È tanto che non vedo Nonna. Nonno va e viene molte volte durante la giornata, ma di solito arriva sempre negli orari dei pasti. Almeno in questo è puntuale perché ha paura della mia reazione, altrimenti. Già, devo aspettare che finiscano loro di mangiare, se poi cominciano anche in ritardo, mi fanno morire di fame. Nonna invece è andata via un giorno e non l’ho più vista. Quando mangiamo un po’ mi manca o quando sono sul divano. Se lei non c’è, non ho nessuno a cui rubare il posto. Non so dove sia, ma almeno la mia umana ora non piange più, quindi forse sta bene. Non vedo l’ora che Nonna arrivi a casa.

Nonna è tornata! Nonna è tornata! Ero sul balcone, a tenere sotto controllo il passaggio di umani e cani, quando ho visto la macchina. Mi aspettavo di vedere scendere Nonno da solo, stavo per entrare a abbaiare a Chiara di aprire, quando con la coda dell’occhio ho visto che Nonno non era solo. C’era anche Nonna! Entrai abbaiando più felice che mai, non stavo più nella pelle. Chiara aprì il portoncino giù e poi la porta di casa. Mi permise di uscire sul pianerottolo ad aspettare Nonno e Nonna, ma non di scendere le scale. Dovevo stare lì, seduta. Non mi muovevo. Aspettavo e aspettavo e aspettavo. Al minimo rumore, allungavo il collo per cercare di vedere le scale sotto e capire se fossero loro. Quando vidi Nonno, gli feci un po’ di feste, ma quando vidi Nonna impazzii. Avevo riservato tutte le energie per lei. Abbaiai, sculettai, le girai attorno annusandola, aveva un odore acido di medicina addosso, e saltai felice! Lei mi coccolò un po’, mi disse che anche io le ero mancata, ma quando le saltai addosso, Chiara mi tirò indietro. Pensai che fosse gelosa, così saltai addosso anche a lei e poi di nuovo Nonna. Ma la mia umana mi tirò indietro un’altra volta e mi disse un secco No. Poi mi infilò la pettorina, mi avvicinò piano a Nonna e mi fece annusare dei tubicini che le spuntavano da sotto la maglietta. Avevano un odore strano, misto a sangue. Di quello che Chiara mi diceva capii solo la parola “rompere”, la conoscevo bene! Da quel momento non saltai più addosso a Nonna, fino a che i tubicini non scomparvero magicamente.

Ma ero troppo felice per farmi rovinare la giornata. Avevo salutato abbastanza nonna e il mio stomaco reclamava. Eravamo tutti a casa ora, potevamo anche degnarci di mangiare. Mi feci togliere la pettorina e poi andai in cucina abbaiando doppiamente felice. Era arrivata Nonna. Eravamo tutti a casa. Era ora di mangiare.

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“Addio a Roma” di Sandra Petrignani.

Addio a Roma
Addio a Roma

Roma è senz’altro da preferire. E’ bella sulle macerie nascoste sotto le ricostruzioni, eterna come la vuole la leggenda. nel 1952 è al centro di un miracolo, capitale della cultura e del cinema internazionali, esercita un fascino irresistibile su chiunque abbia aspirazioni artistiche. Quell’anno è l’inizio di una nuova epoca: il paese cambia e scintilla.

E’ il 1952. Roma è in fibrillazione. Si avvertono i primi segnali di ripresa e in città si è cominciato a girare il nuovo film di William Wyler, “Vacanze romane”. Ovunque, si percepisce la voglia di ricominciare, di rifare ogni cosa, anche l’arte, la letteratura, il cinema, la musica.

Quell’anno iniziò il periodo d’oro di una città che divenne capitale del mondo, dove artisti nazionali e internazionali approdavano, seppur per breve tempo, per far conoscere le loro opere. Periodo d’oro che prosegui fino al 1968, l’anno delle rivolte e delle proteste giovanili, l’anno dell’inno peace & love, tanto acclamato e allo stesso tempo contestato.

Ma il 1968 è anche l’anno delle perdite. Molti, tra i personaggi non solo famosi, ma anche importanti, comparsi sulla scena romana, nazionale e internazionale scomparvero, lasciando enormi vuoti nel mondo della letteratura, dell’arte, della musica e della politica.

In quella città, in quel contesto di riforma, risultava impossibile non essere attratti dalla figura di una splendida Palma Bucarelli, l’affascinante, malinconica, criticata amazzone che difese con forza l’arte e gli artisti. Ritratta nel 1947 in una fotografia, sembra guardare al futuro, in attesa di qualcosa di migliore che sarebbe arrivato in quel secondo dopoguerra. Il suo viso riempie anche la copertina del romanzo, dando una sensazione di speranza, di certezza che dopo tanto buio, tanta morte, possa esserci ancora la vita, la crescita.

In “Addio a Roma“, mentre Palma Bucarelli si rivela perspicace e lungimirante, scoprendo e rivelando artisti inizialmente bocciati dalla critica più spietata; mentre Maria Callas inizia il suo declino, percepito per la prima volta proprio durante un’esibizione al Teatro dell’Opera di Roma; mentre la coppia Moravia-Morante vive una delle sue tante crisi, con Alberto preso più dalla letteratura e dalla politica, e, successivamente, dalla scrittrice Dacia Maraini, che dalla moglie, e con Elsa perennemente invaghita di pittori dichiaratamente omosessuali; mentre Fellini gira “La Dolce Vita” e Pier Paolo Pasolini consuma la sua decennale amicizia con Italo Calvino; mentre i Beatles e i Rolling Stones si battono a colpi di note suonate tra folle di ragazzi urlanti, vestiti e acconciati come loro; mentre nascono nuove mode, nuove testate giornalistiche e l’editoria si sviluppa; mentre le donne lottano per creare il loro spazio ben definito in un mondo che è sempre appartenuto all’uomo, quello della letteratura, ma anche del cinema, del teatro, della musica; mentre gli orrori della guerra vengono dimenticati; mentre tutto questo e molto altro accade, la vita di Ninetta, personaggio fittizio in un romanzo che è anche un resoconto storico, sociale e politico, incrocia quella di personaggi famosi, passati alla storia per i loro libri o le loro canzoni.

E come tutti, anche Ninetta ricomincia a sognare, in questo secondo dopo guerra e coltiva il suo desiderio, quello di scrivere, di diventare una poetessa e una romanziera in un mondo di artisti pronti a tutto pur di andare avanti, trasformarsi e trasformare ciò che li circonda.

Attraverso diari, lettere, poesie, stralci di romanzi e testimonianze dirette, Sandra Petrignani ci racconta una Roma storica, bruciante di vitalità e al tempo stesso ancora scossa dalla guerra e dai troppi, numerosi cambiamenti avvenuti nel ventennio seguente. Una Roma in cui i protagonisti erano gli intellettuali e gli artisti innovatori, che attraverso parole o tele portavano le loro idee e le loro opere in giro per l’Italia e per il mondo. Persone che a volte trovavano il loro scopo, altre volte mascheravano la loro infelicità con la droga, l’alcol, l’adulterio. Persone che nella loro fama, nel loro talento, nella loro bellezza trovavano la normalità, un senso di appartenenza al mondo comune. Stesse debolezze, stessi desideri di chiunque altro. E, soprattutto, lo stesso ripetersi monotono di una vita impiegata a cercare e mantenere la felicità o, almeno, una parvenza di essa.

Vivere. Non c’è nulla di più – nulla di meno – da fare. Quanto ad essere felici, questo è terribilmente difficile, estenuante. Come portare in bilico sulla testa una preziosa pagoda, tutta di vetro soffiato, adorna di campanelli e di fragili fiamme accese; e continuare a compiere ora per ora i mille e oscuri pesanti movimenti della giornata senza che un lumicino si spenga, che un campanello dia una nota turbata. (Cristina Campo).

Chiara Minutillo

http://www.passionelettura.it/recensioni-libri/addio-roma-romanzo-sandra-petrignani/

Autore: Sandra Petrignani
Titolo: Addio a Roma
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Neri Pozza
Genere: Storico, Saggio 

“Hunger Games” di Suzanne Collins.

Trilogia di Hunger Games
Trilogia di Hunger Games

Mi chiamo Katniss Everdeen. Ho diciassette anni. Sono nata nel distretto 12. Ho partecipato agli Hunger Games. Sono fuggita. Capitol City mi odia.

Panem. Una società del futuro. Uno stato creato dai pochi esseri umani sopravvissuti alla loro folle corsa verso l’autodistruzione.

Capitol City. Una raggiante città attorniata da tredici distretti, per garantire la pace e la prosperità. Questo, prima che scoppiasse la rivolta che culminò con la distruzione del Distretto 13 e la stesura del Trattato del Tradimento, che donò leggi volte a eliminare qualsiasi futura ribellione. Donò anche gli Hunger Games. Poche, semplici regole: ogni anno, ciascun distretto avrebbe dovuto inviare a Capitol City due tributi, un maschio e una femmina di età compresa tra i dodici e i diciotto anni. I ventiquattro tributi avrebbero lottato fino alla morte in un’arena, fino a che solo uno di loro sarebbe sopravvissuto, il vincitore. Un messaggio chiaro per tutti: “Guardate come prendiamo i vostri figli e li sacrifichiamo senza che voi possiate fare niente. Se alzate un dito, vi distruggeremo dal primo all’ultimo. Proprio come abbiamo fatto con il Distretto 13.”

I settantaquattresimi Hunger Games, però, sono diversi dai precedenti. La gente vuole cambiamenti e mentre a Capitol City i ricchi vedono nelle ultime azioni di Katniss le gesta di una ragazza innamorata, la gente dei distretti vede in quell’ultimo atto disperato “la sfida alla crudeltà di Capitol City”, un sistema ormai così fragile da crollare sotto una manciata di bacche. Katniss diventa quindi il simbolo di una nuova rivoluzione, la Ghiandaia Imitatrice da proteggere e seguire, la ragazza di fuoco che “ha acceso una scintilla che, se lasciata incustodita, può crescere e trasformarsi in un incendio che distruggerà Panem”. I distretti si apprestano ad insorgere nuovamente, sospinti da una forza che il Presidente Snow aveva tentato di tenere sotto controllo: la speranza.

Qualcosa di piccolo e tenue, come un fiammifero acceso, illumina l’oscurità che ho dentro.

Composta da “Hunger Games”, “La ragazza di fuoco” e “Il canto della rivolta”, la trilogia di Suzanne Collins, convoglia in un’unica storia passione politica e denuncia sociale. Dietro l’apparente distopia che caratterizza il mondo di Panem, si nasconde una descrizione delle società che, nel corso della storia, si sono susseguite e una riflessione sui loro errori, su ciò che ha portato l’umanità a scontrarsi in svariate guerre e su ciò che, al contrario, può alimentare la speranza, rendendola fonte di vita per la gente comune e pericolosa scintilla per i tiranni. Gli Hunger Games sono solo una beffa, l’ennesima prova di un potere che va oltre ogni umano limite e ogni più logica concezione, trasformando l’uomo in una belva assetata di sangue, insensibile e talmente presa da se stessa da non rendersi conto che ogni piccolo gesto di ribellione, apparentemente innocuo, altro non è che una goccia all’interno di un vasto oceano fatto di lacrime e scontentezza. La prova finale della fragilità di un sistema totalitario.

Felici Hunger Games! E possa la buona sorte essere sempre a vostro favore.

Chiara Minutillo

Autore: Suzanne Collins
Titolo: Hunger Games; La ragazza di fuoco; Il canto della rivolta
Titolo originale: Hunger Games; Catching Fire; Mockingjay
Traduttore: Fabio Paracchini, Simona Brogli
Anno di pubblicazione: 2009; 2010; 2012
Editore: Mondadori

“Il Gentilcane” di Giulianna D’Annunzio.

Il Gentilcane
Il Gentilcane


Mia stava tutto il tempo con noi cani. Sotto gli occhi sornioni di Sensei Roxy, si allungava sul mattonato antistante la casetta del Trave. Ce ne stavamo così, tutti e quattro a guardarci, parlarci e coccolarci per tempi lunghissimi senza mai stufarci. Lei distribuiva carezze e toni dolci a tutti noi: Roxy, Jaco e io, Pedro, perché l’amore non si può dividere ma solo moltiplicare.

Occhi negli occhi, osserviamo, scrutiamo, analizziamo. Non troppo, però. Non è una sfida. È il momento della scelta. Quei pochi secondi in cui decidiamo che quegli occhi puntati su di noi saranno gli spettatori in prima fila della nostra vita negli anni a venire.

È un momento magico, in cui pensiamo di aver esercitato tutto il libero arbitrio di cui siamo forniti. Solo con il tempo, capiamo che non è stata una scelta razionale, ma dettata dal cuore. Non dal nostro, per primo, ma da quello di quel cane curioso e intimorito che ci stava di fronte e, guardandoci, ha deciso che il suo cuore sarebbe stato una cosa sola con il nostro, qualsiasi cosa fosse successa. Per sempre. Noi abbiamo semplicemente sentito quel filo che ci avvolgeva e ci stringeva e non abbiamo saputo resistere davanti a tanta soffocante emozione.

Un legame così forte è quello che unisce Pedro, Jaco e Roxy a Mia e Lungo. Quando Pedro e Jaco entrano nella vita dei due umani, Roxy è una cocker già adulta, pronta a insegnare il mestiere di cane a quei due cuccioli trovatelli, abbandonati in un bosco.

Pedro è un Gentilcane: non si arrabbia, non offende, tratta tutti con rispetto, che siano umani o animali. Il legame tra lui, protagonista e narratore di questa storia, e la sua ragazza, come lui chiama Mia, è indissolubile, talmente forte da renderlo parte della famiglia. Talmente solido che l’unica cosa di cui Pedro si pente è non aver mai imparato la lingua degli umani per dire alla sua Mia quanto la ami.

“Il Gentilcane” è un romanzo intenso e profondo, che va oltre una semplice storia di cani. È un libro dedicato all’amicizia, all’amore, alla fedeltà di un animale nei confronti dell’umano che si è scelto come compagno per la vita. È un’ode al cane, in particolare, il migliore amico dell’uomo, e alla sua capacità di mostrare ciò che noi erroneamente chiamiamo istinto, ma che, in realtà, nasconde sentimenti veri, puri, al contrario di quelli a volte contaminati degli esseri umani.

Il romanzo di Giulianna D’Annunzio apre infinite porte per riflettere delicatamente sulla nostra natura e sulle nostre scelte, a volte egoistiche. È un libro coraggioso e intraprendente perché, senza umanizzare i suoi personaggi a quattro zampe, da voce a chi non può parlare per esprimere ciò che prova, ma conosce mille modi per farsi capire.

Chiunque può imparare a capirci semplicemente osservandoci. Spesso non c’è neanche bisogno di impegnarsi troppo.

“Il Gentilcane” porta direttamente nella mente e nel cuore di un cane, mettendo in risalto ciò che quotidianamente abbiamo sotto gli occhi, ma che ci sfugge continuamente. Un cane conosce, un cane sa. Nulla può sfuggirgli, nemmeno una lacrima salata sul nostro viso. E allora lui è lì, accanto a noi, per amarci. Per sempre, come aveva giurato nel suo cuore ormai diventato nostro.

Noi cani sappiamo che cos’è la morte. Non viviamo pensando che sia lì da qualche parte ad attenderci, non pensiamo che arriverà. Semplicemente godiamo di tutto ciò che la vita ci offre. Con gioia, con entusiasmo, con energia, con la voglia di scoprire cose nuove. Semplicemente la riconosciamo quando la vediamo. Ci abbandoniamo senza alcuna riserva all’amore che proviamo per i nostri umani; non abbiamo mai dubbi su di loro. Loro ci hanno scelti o noi abbiamo scelto loro per un motivo ben preciso che forse ci sfugge, ma c’è. Nel destino di entrambi. Noi cani sappiamo cos’è la morte perché la riconosciamo quando siamo di fronte a lei. […] La riconosciamo quando la vediamo negli occhi del nostro umano che si strugge di dolore. La riconosciamo e la accettiamo come inevitabile. Noi cani sappiamo.

Chiara Minutillo 

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Autore: Giulianna D’Annunzio
Titolo: Il gentilcane
Anno di pubblicazione: 2015
Editore: Spunto Edizioni
Genere: Romanzo

“Il college delle brave ragazze” di Ruth Newman.

Il college delle brave ragazze
Il college delle brave ragazze

Un college prestigioso. Un gruppo di amici. Sei ragazze, belle, intelligenti, popolari che verranno uccise una ad una se il killer che le ha prese di mira non verrà catturato. Il Macellaio di Cambridge, questo il suo soprannome, diffuso dai giornalisti assieme al panico. L’unica che sembra poter assicurare l’assassino alla giustizia è Olivia, una delle possibile vittime, trovata in stato catatonico accanto al corpo di una delle amiche. Ad aiutarla ci sarà Matt, un brillante psicologo che si lancerà nella mente della ragazza, guidandola tra i suoi ricordi, alla ricerca della verità.


Ruth Newman firma un thriller psicologico estremamente coinvolgente, un romanzo d’esordio dal ritmo che travolge il lettore sin dalle prime pagine. Acclamata dalla critica al momento della pubblicazione del libro, la Newman ha sfruttato le sue conoscenze, ottenute grazie agli studi in psicologia e criminologia effettuati presso il King’s College di Cambridge, per creare personaggi complessi e sofisticati.

Nulla è come sembra, in questo romanzo che si muove tra continui flashback, dentro e fuori dalla mente della sua protagonista, Olivia, avanti e indietro nel tempo, tra le camere e i corridoi di un college prestigioso, frequentato da ragazzi ricchi, con un futuro sicuro davanti a sé.

Situazioni contorte, intrecci da soap opera e nozioni scientifiche, mediche, psicologiche fanno da sfondo a un thriller che sin dalla sua prima pubblicazione ha conquistato il pubblico, sviluppandosi in maniera lenta, ma scorrevole e avvincente, snodandosi tra bugie e mezze verità, rimpianti e rancori, amori e tradimenti.

“Il college delle brave ragazze” è un libro da non sottovalutare per la sua capacità di dosare le emozioni e tenere il lettore prigioniero della lettura fino all’ultima, illuminante pagina.

Chiara Minutillo

Autore: Ruth Neman
Titolo: Il college delle brave ragazze
Titolo originale: Twisted Wing
Traduttore: Laura Prandino
Anno di pubblicazione: 2009
Editore: Garzanti Libri
Genere: Thriller Psicologico